domenica, 8 Dicembre, 2019

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È valida la notifica eseguita all’indirizzo PEC estratto dall’indice PA

Consiglio di Stato – sentenza del 12 dicembre 2018, n. 7026. È pienamente valida ed efficace la notificazione di atti processuali nei confronti della Pubblica Amministrazione eseguita, a mezzo posta elettronica certificata, all’indirizzo estratto dall’Indice PA (IPA). Così è stato recentemente chiarito dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 7026 del 12 dicembre 2018. Nel caso in esame un Comune aveva proposto appello avverso una pronuncia con cui il TAR Lazio, accogliendo il ricorso presentato da una Società per azioni, aveva disposto l’annullamento di alcuni provvedimenti amministrativi adottati dall’appellante. In particolare, il Comune aveva chiesto la riforma della sentenza impugnata sostenendo, tra l’altro, la nullità della notificazione del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, in quanto eseguita a mezzo posta elettronica certificata ad un indirizzo estrapolato dall’Indice PA che, a dire del Comune, non rientrerebbe tra i pubblici elenchi menzionati dall’art. 16-ter, comma 1, D.L. n. 179/2012. Il Consiglio di Stato, tuttavia, rigettava il motivo di gravame, ritenendo valida la notificazione nei confronti dell’ente locale in quanto “effettuata presso un domicilio telematico PEC contenuto in un elenco pubblico a tutti gli effetti”. Infatti, come evidenziato nella sentenza in commento, l’art. 47 del D.lgs. n. 82/2005 (Codice dell’amministrazione digitale) ha configurato l’Indice PA quale “primo indirizzario PEC di tutte le pubbliche amministrazioni”, onerando queste ultime di istituire e pubblicare in detto Indice “almeno una casella di posta elettronica certificata per ciascun registro di protocollo”; la Legge n. 228/2012 ha, poi, incluso tale Indice tra i pubblici elenchi, rendendolo utilizzabile per tutte le notifiche. Da ultimo, il D.lgs. n. 179 del 2016 ha ridenominato l’Indice PA in “Indice dei domicili digitali delle P.A. e dei gestori di pubblici servizi”, definendolo “pubblico elenco di fiducia”, nel quale sono indicati gli indirizzi di posta elettronica certificata da utilizzare per le comunicazioni, lo scambio e l’invio di documenti a tutti gli effetti di legge; al suo interno, inoltre, risulta confluito l’elenco di cui all’art. 16, comma 12, D.L. n. 179/2012, espressamente individuato quale pubblico elenco ai sensi del successivo art. 16-ter, invocato dal Comune al fine di sostenere la nullità della notifica del...

L’ex coniuge che ha percepito l’assegno di divorzio in un’unica soluzione perde il diritto alla pensione di reversibilità

Cassazione civile, Sezioni Unite, sentenza del 24 settembre 2018n. 22434. Le Sezioni Unite sono intervenute a comporre il contrasto giurisprudenziale sulla spettanza della pensione di reversibilità all’ex coniuge beneficiario di assegno divorzile, qualora questo ultimo abbia optato per la percezione dell’assegno di divorzio in un’unica soluzione invece che con cadenza periodica. Secondo un primo orientamento giurisprudenziale la mancata titolarità di un assegno di divorzio al momento del decesso del coniuge onerato, dovuta alla già intervenuta percezione dell’una tantum, non farebbe venir meno il diritto al trattamento di reversibilità, poiché il requisito della “titolarità dell’assegno” richiesto dall’art. 9 della l. 1° dicembre 1970, n. 898 sarebbe soddisfatto dall’esistenza di un accertamento giudiziale relativo alla sussistenza delle condizioni solidaristico-assistenziali che sottendono al riconoscimento di un assegno di divorzio, risultando irrilevante che il diritto sia già stato riconosciuto e definitivamente quantificato con pagamento in un’unica soluzione. Sarebbe, dunque, sufficiente una titolarità “astratta” dell’assegno divorzile alla morte del coniuge onerato per avere diritto alla pensione di reversibilità. Secondo altro orientamento, fatto proprio dalle Sezioni Unite, l’ex coniuge che abbia percepito l’assegno divorziale in un’unica soluzione non potrebbe essere considerato, all’atto del decesso del coniuge onerato, titolare dell’assegno di divorzio, in quanto la corresponsione dell’assegno con tale modalità è satisfattiva di qualsiasi obbligo di sostentamento nei confronti del beneficiario. A composizione del contrasto, le Sezioni Unite hanno affermato che, ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità in favore del coniuge nei cui confronti è stato dichiarato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, la titolarità dell’assegno di divorzio deve essere attuale e concretamente fruibile al momento della morte dell’ex coniuge, mentre non rileva la titolarità astratta del diritto all’assegno di divorzio in precedenza soddisfatto con la corresponsione in un’unica soluzione. Ciò in quanto il diritto alla pensione di reversibilità di cui all’art. 9 della L. 1° dicembre 1970, n. 898 avrebbe la medesima natura solidaristico-assistenziale dell’assegno periodico di divorzio e sarebbe finalizzato alla continuazione di tale sostegno economico in favore dell’ex coniuge. Sostegno che, rilevano le Sezioni Unite, non viene a mancare nel caso in cui il coniuge superstite abbia percepito l’una tantum, poiché in...

La sorte dei contratti di mutuo stipulati anteriormente all’entrata in vigore del sistema normativo antiusura. La Cassazione conferma la non configurabilità della c.d. “usura...

Cassazione Civile – sentenza del 30 gennaio 2018, n 2311. Qualora il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, in pendenza di rapporto, la soglia dell’usura, come determinata in base alle disposizioni della legge 7 marzo 1996 n. 108, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge ovvero della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di detta soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto. Così è stato deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 2311 del 30 gennaio 2018 che si pone in linea con la pronuncia a Sezioni Unite del 2017 (sentenza, n. 24675). Com’è noto, la legge n. 108 del 1996 ha stabilito la soglia entro la quale un tasso d’interesse debba qualificarsi usurario. Tuttavia, occorre verificare se la legge n. 108 del 1996 incide sui contratti stipulati anteriormente alla sua entrata in vigore, anche alla luce della norma d’interpretazione autentica di cui all’art. 1, comma 2, D.L. 29 dicembre 2000, n. 394 convertito in legge 28 febbraio 20001, n. 24 (che prevede espressamente “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”) potendosi configurare, dunque, un ipotesi di usura sopravvenuta. Il medesimo problema si pone con riguardo a quei contratti che sono stati stipulati successivamente alla citata legge con tassi inferiori alla soglia di usura superata, nel corso del rapporto, per effetto della caduta dei tassi medi di mercato (che sono alla base del meccanismo legale di determinazione dei tassi usurari). Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, non era ipotizzabile la configurabilità dell’usura sopravvenuta. Infatti, la norma d’interpretazione autentica (i.e. art. 1, comma 2, D.L. 29 dicembre 2000, n. 394...

La Banca può chiedere la restituzione delle somme erroneamente accreditate al correntista anche a distanza di anni dall’invio dell’estratto conto

Cassazione Civile – sentenza del 20 novembre 2018, n. 30000. Nel contratto di conto corrente l’approvazione, anche tacita, dell’estratto conto, a norma dell’art. 1832 c.c., sebbene renda incontestabile l’esistenza delle operazioni e dei dati ivi annotati, non impedisce di sollevare contestazioni di carattere sostanziale in ordine alla legittimità degli stessi. Così è stato precisato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 30000 del 20 novembre 2018. Nel caso in esame un Istituto di credito, convenuto in giudizio da due suoi clienti, proponeva in via riconvenzionale domanda di ripetizione dell’indebito e di ingiustificato arricchimento sul presupposto che, trascorsi due anni dall’accreditamento di un’ingente somma sul conto corrente degli attori, si accorgeva dell’erroneità dell’operazione, eseguita per un importo ben maggiore a quello effettivamente dovuto. La domanda in questione veniva rigettata sia in primo grado che in sede di gravame, rilevando che l’accredito operato dalla Banca non potesse più essere posto in discussione in virtù di quanto stabilito dall’art. 1832 c.c. che, al comma 1, prevede che “l’estratto conto trasmesso da un correntista all’altro s’intende approvato, se non è contestato nel termine pattuito o in quello usuale, o altrimenti nel termine che può ritenersi congruo secondo le circostanze”. La Suprema Corte, tuttavia, cassava con rinvio la sentenza pronunciata all’esito del giudizio di appello, chiarendo, in particolare, che l’approvazione ex art. 1832 c.c. da parte della Banca non aveva avuto l’effetto di rendere incontestabile la spettanza della somma oggetto di annotazione in conto, giacché la controversia non verteva sull’effettiva esecuzione dell’operazione di accreditamento (da ritenersi del tutto pacifica), bensì sulla mancata spettanza di una parte della somma attribuita ai correntisti, per effetto dell’errore in cui era incorso l’Istituto di credito. Secondo un principio ormai consolidato in giurisprudenza, infatti, la mancata contestazione dell’estratto conto e la connessa implicita approvazione dello stesso producono l’effetto di rendere pacificamente esistenti gli accrediti e gli addebiti in esso riportati (con conseguente decadenza delle parti dalla facoltà di proporre eccezioni circa la verità contabile, storica e di fatto dei dati menzionati nel conto), lasciando, però, aperta la possibilità di formulare censure concernenti la validità e l’efficacia sostanziale di tali operazioni. Secondo la Corte di Cassazione,...

L’importanza della “comunicazione” ai fini della opponibilità della cessione del contratto di locazione attuata nell’ambito di una operazione di cessione di azienda e le...

Cassazione Civile, - sentenza del 4 luglio 2018 n. 17545. Ai sensi dell’art. 36 della legge 27 luglio 1978, n. 392, la cessione del contratto di locazione di immobile destinato ad attività di impresa, che avvenga con la cessione contestuale dell’azienda del conduttore, non ha bisogno del consenso del locatore, ma deve essergli comunicata con lettera raccomandata con avviso di ritorno. Tale comunicazione non costituisce requisito di validità della cessione nel rapporto tra conduttore cedente e terzo cessionario che può, dunque, dirsi perfezionata con la semplice comunicazione al locatore ceduto, senza che rilevi in proposito l’esercitabilità, da parte del locatore, della facoltà di opporsi alla cessione stessa, poiché l’opposizione del contraente ceduto (ove riconosciuta fondata in sede giudiziaria) costituisce vicenda successiva ed estranea al negozio originario e si prospetta perciò funzionale soltanto all’elisione ex post dell’effetto negoziale già prodottosi con l’accordo cedente-cessionario. Pertanto, a dispetto della normativa generalmente applicabile alla cessione dei contratti (che richiede sempre il consenso del contraente ceduto), la cessione del contratto di locazione non contempla tra i suoi elementi costitutivi il consenso del ceduto, mentre l’eventuale dissenso di questo ultimo, fondato su gravi motivi (riguardanti la persona del cessionario (nuovo conduttore), la sua affidabilità e la sua posizione economica e tali da indurre il locatore alla convinzione che il cessionario resti inadempiente ai suoi obblighi), integra un elemento estraneo al negozio funzionale alla sospensione temporanea della cessione e al venir meno dei suoi effetti e, eventualmente, alla risoluzione del rapporto di locazione (Cass. 24 febbraio 2015, n. 3597). Tuttavia, la comunicazione della cessione condiziona l’efficacia stessa della cessione, nel senso che detta cessione non è opponibile al locatore (ceduto) sino a quando non avvenga la comunicazione richiesta dalla norma. Al punto che è stato affermato anche che la conoscenza “aliunde” della cessione da parte del locatore non rileva, a meno che egli, avendola conosciuta, l’abbia accettata secondo la disciplina comune dettata dall’art. 1407c.c. (Cass. 20 febbraio 2014, n. 4067). Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione è intervenuta per ribadire la rilevanza della comunicazione della cessione ai fini della opponibilità della cessione stessa al contraente ceduto precisando...

La costruzione eseguita dal comproprietario sul suolo comune senza il consenso dell’altro proprietario appartiene a tutti i comproprietari del suolo

Cassazione Civile, Sezioni Unite – sentenza del 16 febbraio 2018 n. 3873. La costruzione realizzata dal comproprietario sul suolo comune diviene, per il principio dell’accessione, di proprietà comune agli altri comproprietari del suolo, salvo contrario accordo traslativo della proprietà del suolo o costitutivo di un diritto reale su di esso, che deve rivestire la forma scritta ad substantiam. Così è stato chiarito dalla Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la sentenza n. 3873 del 16 febbraio 2018. L’istituto dell’accessione rappresenta un modo di acquisto della proprietà a titolo originario disciplinato negli articoli 934 e ss. del Codice civile. In particolare, l’accessione costituisce un meccanismo oggettivo di acquisto della proprietà ove la volontà dell’uomo non assume alcun rilievo giuridico, né influisce positivamente sull’acquisto della proprietà. La tematica giuridica posta all’attenzione della Corte era quella di verificare se l’accessione operi nel caso in cui la proprietà del suolo appartenga più soggetti e uno solo di essi vi abbia edificato sopra. Secondo un primo orientamento l’accessione opera anche nel caso di bene comune, con la conseguenza che la costruzione ivi realizzata, pur se eseguita da uno solo dei comunisti, diventa automaticamente di proprietà di tutti i contitolari del fondo secondo le quote spettanti su detto suolo a ciascuno di essi, salvo il diritto del costruttore al rimborso pro quota delle spese sostenute. In senso contrario si è, invece, osservato che la disciplina sull’accessione di cui all’articolo 934 c.c. si riferirebbe alle sole costruzioni o opere eseguite sul terreno altrui e, pertanto, presupporrebbe che il costruttore sia “terzo” rispetto ai proprietari del suolo. Con la conseguenza che la comproprietà della nuova opera potrebbe sorgere solo se realizzata in conformità alle norme sulla comunione. Con la sentenza emessa la Cassazione ha confermato il primo orientamento chiarendo quanto segue. In primo luogo, la Corte ha rilevato che l’art. 934 c.c. non contiene alcun riferimento soggettivo al costruttore limitandosi, invece, a enunciare il principio secondo cui “qualunque piantagione, costruzione o opera esistente sopra o sotto il suolo appartiene al proprietario di questo” a prescindere da chi sia il costruttore. A maggior riprova di quanto sopra, la Corte ha osservato...

In caso di vendita di beni di consumo difettosi il consumatore, prima di agire per la risoluzione del contratto e/o per il risarcimento del...

Tribunale di Savona – sentenza del 15 settembre 2018. Nel caso di vendita di beni di consumo difettosi è inammissibile la domanda di risoluzione del contratto proposta dal consumatore senza rispettare l’ordine gerarchico dei rimedi contemplati all’art. 130 D.lgs. n. 206/2005. Così è stato recentemente chiarito dal Tribunale di Savona con la sentenza del 15 settembre 2018. Come è noto, qualora i beni acquistati dal consumatore risultino essere difettosi, l’art. 130, comma 2, D.lgs. n. 206/2005 (Codice del Consumo) attribuisce a quest’ultimo il diritto di ottenere il ripristino della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione a spese del venditore ovvero una riduzione adeguata del prezzo ovvero, ancora, la risoluzione del contratto. Quanto alla risoluzione del contratto, il successivo comma 7 prevede che questa possa essere richiesta “ove ricorra una delle seguenti situazioni: a) la riparazione e la sostituzione sono impossibili o eccessivamente onerose; b) il venditore non ha provveduto alla riparazione o alla sostituzione del bene entro il termine congruo di cui al comma 5; c) la sostituzione o la riparazione precedentemente effettuata ha arrecato notevoli inconvenienti al consumatore”. Secondo il Tribunale di Savona dalla lettura della normativa sopra richiamata emerge, in sostanza, un ordine gerarchico tra i rimedi utilizzabili dal compratore in caso di difetto di conformità del bene, con la conseguenza che il consumatore “potrà, in primo luogo, proporre al proprio dante causa la riparazione ovvero la sostituzione del bene (rimedi primari) e, solo in secondo luogo, nonché alle condizioni contemplate dal comma 7, potrà richiedere la risoluzione del contratto (rimedi secondari)”. Il legislatore, infatti, con la previsione di cui all’art. 130, ha manifestato il suo favor per la conservazione del rapporto obbligatorio originariamente costituito, al contempo salvaguardando, da un lato, l’interesse del compratore ad ottenere un bene non difettoso e, dall’altro lato, quello del venditore a far salvo l’affare concluso e a liberarsi dall’obbligazione assunta. Inoltre, la circostanza che al consumatore venga imposto di attendere prima la riparazione o la sostituzione e solo dopo gli venga concessa la facoltà di esperire l’azione di risoluzione, non è altro che una specificazione del generale dovere di buona fede di cui...

Voluntary disclosure ter: apertura agli ex frontalieri e ai lavoratori rimpatriati iscritti all’Aire

Con il Provvedimento n. 110482 del 1 giugno 2018 l’Agenzia delle entrate ha approvato il modello di richiesta per accedere alla procedura di collaborazione volontaria che dovrà essere presentato dai soggetti interessati entro il 31 luglio 2018. P. Ventura, Bagno Autunnale, 2018 La c.d. Voluntary- ter (in riferimento della procedura di regolarizzazione prevista dal D.L. n. 148/2017 all’articolo 5 septies) apre le porte agli ex frontalieri e ai lavoratori rimpatriati iscritti all’Aire. Si tratta del terzo atto di una misura di regolarizzazione, introdotta nel 2014 dal nostro Ordinamento (in base alle direttive OCSE) e che nelle prime due edizioni ha riscontrato un enorme successo a livello planetario, in un’ottica di trasparenza e leale collaborazione tra le Amministrazioni finanziarie nazionali e i propri contribuenti. La procedura si colloca tra le numerose misure di regolarizzazione fiscale messe in atto nelle ultime legislature che consentono ai contribuenti di mettere in regola spontaneamente la propria posizione con il Fisco. Come si accede alla Procedura. L’Agenzia delle entrate, con Risoluzione n. 43/E del 6 giugno 2018 ha istituito il codice tributo (8080), con il quale è possibile effettuare il versamento delle somme dovute a titolo di imposte, interessi e sanzioni, dopo aver presentato il modello di accesso alla procedura (entro e non oltre il 31 luglio 2018). La Risoluzione chiarisce che il versamento dovrà avvenire tramite il modello F24 ELIDE, in applicazione della procedura di regolarizzazione delle attività finanziarie e delle consistenze patrimoniali detenute all’estero. Il D.L. n. 148/2017 all’articolo 5 septies ha introdotto la possibilità per le persone fisiche fiscalmente residenti in Italia (e per i loro eredi), che in precedenza erano residenti all’estero e iscritte all’AIRE o che abbiano prestato la propria attività lavorativa all’estero in veste di lavoratori frontalieri, di regolarizzare le proprie violazioni nell’ambito del monitoraggio fiscale e i relativi obblighi dichiarativi (Quadro RW). Stiamo parlando, quindi, dell’obbligo di dichiarare le attività finanziarie e le somme detenute sui conti correnti e sui libretti di risparmio all’estero alla data del 6 dicembre 2017 (data in cui è entrata vigore della Legge n. 172/2017). Rientrano nell’obbligo dichiarativo solo le somme e gli investimenti che derivano da redditi di lavoro dipendente o autonomo svolto all’estero o i proventi derivanti dalla vendita di immobili detenuti nello Stato estero in cui è stata prestata l’attività...

Stabile organizzazione. Non è più necessaria la presenza fisica sul territorio. Introduzione dell’e-commerce.

delle ipotesi della Stabile organizzazione, che ora ricomprende i soggetti che non necessitano di una sviluppata presenza fisica sul territorio. Si tratta, dunque, di quei soggetti che esercitano l’attività di commercio elettronico (e-commerce). Contestualmente, viene abrogata la disposizione che escludeva l’ipotesi di stabile organizzazione ogniqualvolta si avesse a disposizione mezzi elettronici volti alla trasmissione di dati e informazioni finalizzati alla vendita di beni e servizi. Tra gli elementi indicativi per la sussistenza di una stabile organizzazione in uno Stato rientrano: la produzione di ricavi in detto Stato, l’utilizzo di un nome di dominio locale, l’utilizzo di metodi di pagamento locali, la regolare conclusione di contratti on line, il numero di utenti mensili, ecc. Viene dunque superata la concezione di Stabile organizzazione incentrata sul radicamento territoriale tradizionale: viene infatti introdotta un’ipotesi di stabile organizzazione che non è né materiale né personale, ma dà rilievo al luogo in cui si svolgono le attività e si produce la ricchezza. Nel contesto della regolazione della digital economy viene istituita la c.d. web tax. La stessa ha come presupposto oggettivo le prestazioni di servizi effettuate con mezzi elettronici rese nei confronti, anche, delle stabili organizzazioni italiane di soggetti non residenti in Italia. Un’ulteriore modifica è data dalla riscrittura dei casi in cui non si è in presenza di una Stabile organizzazione, dato il carattere preparatorio e ausiliario delle attività svolte. Attività preparatorie e ausiliari sono quelle che non costituiscono una parte significativa dell’attività dell’impresa nel complesso, che siano propedeutiche e limitate nel tempo e che non richiedano un impiego rilevante di beni e persone. Infatti, a seguito di tali modifiche integrano l’ipotesi di Stabile organizzazione i casi in cui le attività che, pur potendo essere considerate solo singolarmente preparatorie e ausiliare, nella loro complementarietà perdono tale carattere. Una ultima modifica attiene al caso di Stabile organizzazione personale. Viene previsto che se un soggetto opera “esclusivamente o quasi esclusivamente per conto di una o più imprese alle quali è strettamente correlato, tale soggetto non è considerato un agente indipendente”. A ben vedere la modifica ricomprende i tanti casi delle società italiane che fungono da commissionario perlopiù monomandatario: le stesse integrerebbero dunque i requisiti della Stabile organizzazione personale. La Stabile organizzazione personale si configura quindi se un soggetto agisce per conto di un’impresa non...

Non sussiste violazione del patto leonino ex art. 2265 c.c. se l’esclusione del socio da perdite e utili non integra i requisiti di assolutezza...

Tribunale di Milano - Sentenza del 18 ottobre 2017 (Pres. E. Riva Crugnola) È legittima e non nulla l’opzione put a prezzo fisso se quest’ultima non tiene indenne chi ne è titolare dalle perdite della società target che possono verificarsi nell’intervallo temporale intercorrente tra la data di acquisto della partecipazione societaria e quella di esercizio dell’opzione. Nel caso di specie un socio azionava in giudizio l’accordo di investimento e patto parasociale (stipulato nel 2011) nei confronti di altro soggetto, facendo valere nei confronti di questo ultimo il proprio diritto a esercitare l’opzione put nel periodo temporale intercorrente tra il marzo 2014 e il giugno 2014. Il convenuto eccepiva la nullità dell’accordo per violazione dell’art. 2265 c.c. (i.e. violazione del patto leonino secondo cui “è nullo il patto con il quale uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite”). Il Tribunale ha rigettato la domanda della convenuta rilevando che non trovava applicazione il consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo cui il divieto posto dall’art. 2265 c.c. presuppone che vi sia una esclusione “assoluta” (i.e. totale esenzione dalle perdite, si tratta di un criterio quantitativo) e “costante” (i.e. criterio di durata) del socio dalla partecipazione al rischio di impresa e dagli utili sociali (cfr. Cass., 29 ottobre 1994, n. 8927). Nello specifico, il Tribunale Meneghino ha riscontrato come, nella specie, difettasse il requisito di esclusione dalle perdite e dagli utili del socio uscente. Invero, il patto portato in esecuzione dall’esercizio dell’opzione non era idoneo a tenere indenne, in termini assoluti, il titolare dell’opzione put dalle perdite che si sarebbero potute verificare nel periodo intercorrente tra la data di sottoscrizione dell’opzione e quella del suo esercizio. Qualora, infatti, nel citato intervallo temporale si fosse determinata la perdita del capitale sociale e la necessità di una sua ricostituzione, il socio venditore avrebbe dovuto prenderne parte, pena il veder svanita l’intera partecipazione e, con essa, l’opzione put che proprio aveva ad oggetto la partecipazione.

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