Cassazione Civile – sentenza del 30 gennaio 2018, n 2311.
Qualora il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, in pendenza di rapporto, la soglia dell’usura, come determinata in base alle disposizioni della legge 7 marzo 1996 n. 108, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge ovvero della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di detta soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto.
Così è stato deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 2311 del 30 gennaio 2018 che si pone in linea con la pronuncia a Sezioni Unite del 2017 (sentenza, n. 24675).
Com’è noto, la legge n. 108 del 1996 ha stabilito la soglia entro la quale un tasso d’interesse debba qualificarsi usurario.
Tuttavia, occorre verificare se la legge n. 108 del 1996 incide sui contratti stipulati anteriormente alla sua entrata in vigore, anche alla luce della norma d’interpretazione autentica di cui all’art. 1, comma 2, D.L. 29 dicembre 2000, n. 394 convertito in legge 28 febbraio 20001, n. 24 (che prevede espressamente “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”) potendosi configurare, dunque, un ipotesi di usura sopravvenuta.
Il medesimo problema si pone con riguardo a quei contratti che sono stati stipulati successivamente alla citata legge con tassi inferiori alla soglia di usura superata, nel corso del rapporto, per effetto della caduta dei tassi medi di mercato (che sono alla base del meccanismo legale di determinazione dei tassi usurari).
Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, non era ipotizzabile la configurabilità dell’usura sopravvenuta. Infatti, la norma d’interpretazione autentica (i.e. art. 1, comma 2, D.L. 29 dicembre 2000, n. 394 convertito in legge 28 febbraio 20001, n. 24) attribuisce rilevanza, ai fini della qualificazione del tasso convenzionale come usurario, al momento della pattuizione dello stesso e non al momento del pagamento degli interessi; con la conseguenza che deve escludersi che il meccanismo dei tassi soglia previsto dalla legge n. 108/1996 trovi applicazione per quelle pattuizioni di interessi convenute prima rispetto alla data di entrata in vigore della legge, anche se relative a rapporti ancora pendenti.
In senso contrario è stato, invece, osservato che, laddove il tasso avesse superato la soglia legale in pendenza di rapporto, dovesse essere dichiarata l’inefficacia ex nunc della clausola e sostituita ex art. 1339 c.c. con il tasso “soglia” o con quello “legale”.
La Suprema Corte, ribadendo quanto già affermato delle Sezioni Unite, ha dato continuità al primo dei suddetti orientamenti attribuendo rilievo, ai fini della sussistenza o meno del carattere usurario dei tassi d’interesse, al momento in cui questi sono stati pattuiti, negando ingresso alla configurabilità della c.d. usura sopravvenuta.