Tribunale di Savona – sentenza del 15 settembre 2018.
Nel caso di vendita di beni di consumo difettosi è inammissibile la domanda di risoluzione del contratto proposta dal consumatore senza rispettare l’ordine gerarchico dei rimedi contemplati all’art. 130 D.lgs. n. 206/2005. Così è stato recentemente chiarito dal Tribunale di Savona con la sentenza del 15 settembre 2018.
Come è noto, qualora i beni acquistati dal consumatore risultino essere difettosi, l’art. 130, comma 2, D.lgs. n. 206/2005 (Codice del Consumo) attribuisce a quest’ultimo il diritto di ottenere il ripristino della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione a spese del venditore ovvero una riduzione adeguata del prezzo ovvero, ancora, la risoluzione del contratto. Quanto alla risoluzione del contratto, il successivo comma 7 prevede che questa possa essere richiesta “ove ricorra una delle seguenti situazioni: a) la riparazione e la sostituzione sono impossibili o eccessivamente onerose; b) il venditore non ha provveduto alla riparazione o alla sostituzione del bene entro il termine congruo di cui al comma 5; c) la sostituzione o la riparazione precedentemente effettuata ha arrecato notevoli inconvenienti al consumatore”. Secondo il Tribunale di Savona dalla lettura della normativa sopra richiamata emerge, in sostanza, un ordine gerarchico tra i rimedi utilizzabili dal compratore in caso di difetto di conformità del bene, con la conseguenza che il consumatore “potrà, in primo luogo, proporre al proprio dante causa la riparazione ovvero la sostituzione del bene (rimedi primari) e, solo in secondo luogo, nonché alle condizioni contemplate dal comma 7, potrà richiedere la risoluzione del contratto (rimedi secondari)”.
Il legislatore, infatti, con la previsione di cui all’art. 130, ha manifestato il suo favor per la conservazione del rapporto obbligatorio originariamente costituito, al contempo salvaguardando, da un lato, l’interesse del compratore ad ottenere un bene non difettoso e, dall’altro lato, quello del venditore a far salvo l’affare concluso e a liberarsi dall’obbligazione assunta. Inoltre, la circostanza che al consumatore venga imposto di attendere prima la riparazione o la sostituzione e solo dopo gli venga concessa la facoltà di esperire l’azione di risoluzione, non è altro che una specificazione del generale dovere di buona fede di cui all’art. 1375 c.c., posto che, laddove il consumatore riesca ad ottenere, proprio grazie ai rimedi speciali, un bene non difettoso, non vi sarebbe alcuna valida ragione per cui questi debba sciogliere il contratto. Ne deriva che, allorquando il consumatore non abbia rispettato l’ordine gerarchico dei rimedi in questione, proponendo sin da subito la domanda di risoluzione, la conseguenza è l’inammissibilità della domanda proposta, ove eccepita dal convenuto. Analogamente, precisa poi il Tribunale, il principio in esame trova applicazione anche con riferimento alla domanda di risarcimento danni la quale, così come l’azione di risoluzione, deve essere preceduta dalla richiesta di sostituzione e riparazione rivolta al venditore. Ciò in quanto le esigenze di conservazione del contratto perseguite dal legislatore “verrebbero evidentemente frustrate se si consentisse al consumatore, come nel caso della vendita in generale, di chiedere subito ed in via autonoma il risarcimento del danno subito, senza aver instato per la sostituzione o la riparazione del bene”. Inoltre, considerato che la sostituzione e la riparazione del bene altro non sono che una forma di risarcimento in forma specifica, detti rimedi devono ritenersi di per sé idonei a risarcire integralmente il consumatore per i danni subiti per il difetto di conformità: il risarcimento per equivalente potrà quindi essere richiesto o in funzione integrativa rispetto ai rimedi in forma specifica, per i danni che non potessero essere da questi risarciti, ovvero contestualmente alla richiesta di risoluzione o di riduzione del prezzo, una volta accertata l’impossibilità o l’eccessiva onerosità di procedere alla riparazione o alla sostituzione.