Con sentenza n. 17386 resa il 1° settembre 2015 la Corte di Cassazione si è pronunciata sull’estensione del potere valutativo del giudice in materia di “esdebitazione”.

L’esdebitazione consiste in un beneficio attribuito all’imprenditore (persona fisica) fallito, consistente nella liberazione dello stesso dai debiti che residuano a seguito della chiusura del fallimento per l’esaurimento dell’attivo ripartibile (v. art 142 Legge fallimentare).

Sono ammessi a detto beneficio non solo gli imprenditori individuali; ma anche i soci illimitatamente responsabili di una società fallita. Le per poter domandare l’esdebitazione sono elencati all’art. 142 Legge fallimentare; essi consistono ne: (i) l’aver cooperato con gli organi della procedura di fallimento per il suo corretto e celere svolgimento; (ii) non aver beneficiato di altra esdebitazione nei dieci anni precedenti alla richiesta; (iii) non aver posto in essere comportamenti fraudolenti prima o dopo la dichiarazione di fallimento; (iv) non essere stato condannato per bancarotta fraudolenta ovvero per delitti compiuti nell’ambito di un’attività d’impresa con sentenza passato in giudicato (salvo che non sia intervenuta la riabilitazione).

Pur in presenza dei requisiti sopra indicati, dal Giudice può non concedere l’esdebitazione qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali (ivi compresi i creditori chirografari; v. art. 142, comma 2, Legge Fallimentare).

La sentenza resa dalla Corte di Cassazione verte sull’interpretazione dell’art. 142, comma 2, Legge fallimentare. Nel caso di specie un imprenditore, a seguito della chiusura del fallimento per definitiva ripartizione dell’attivo, aveva avanzato domanda di esdebitazione a fronte de: (i) la parziale soddisfazione dei creditori concorsuali; (ii) la sussistenza dei requisiti soggettivi determinanti l’idoneità all’ammissione a detto beneficio.

Il giudice, pur avendo accertata la sussistenza delle condizioni di cui all’art. 142, comma 1, Legge fallimentare non ha accolto la richiesta del fallito in ragione dell’insufficiente soddisfazione (seppur parziale) dei creditori concorsuali. La decisione era stata confermata in sede di appello.

La Corte di Cassazione ha confermato le decisione resa dal giudice di merito, affermando che “il riferimento alla “soddisfazione”, almeno parziale, dei creditori concorsuali attribuisce evidentemente al giudice un ambito di valutazione discrezionale quanto alla portata effettivamente satisfattiva, almeno parziale, delle ripartizioni”.

Per cui il Giudice dispone di un potere valutativo in grado di prendere le distanze dal dettato normativo, esaminando in concreto gli elementi fattuali della situazione debitoria del fallito (i.e., nel caso di specie, la percentuale di pagamento dei singoli crediti).

Deriva quindi dalla sentenza in commento che “è di competenza del giudice valutare la significatività del versamenti effettuati: in materia di esdebitazione prevista dalla legge fallimentare non c’è infatti alcun automatismo nella concessione dei benefici e la valutazione dell’autorità giudiziaria è necessaria e ineludibile ed è, in ogni caso, indispensabile un pagamento almeno significativo dei creditori”.

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